Brutta, costosa, fanatica dell’ambiente, lunga nei tempi, lontana dalle esigenze dell’ambiente. Negli anni è questa la visione negativa che è venuta fuori della bioarchitettura, stereotipi che hanno creato una diffidenza che ha probabilmente rallentato la crescita e lo sviluppo di questa importante branca dell’architettura. Ma i falsi miti prima o poi sono destinati ad essere sfatati, e questi non sono da meno!

Non soffermiamoci alle apparenze

Di tempo ce ne ha messo, ma sembra che ormai la causa e il problema dell’inquinamento e del riscaldamento globale sia entrata nel cuore e nella mente delle persone, tanto che se ne parla di più e si cercano sempre più spesso modi e metodi per gravare di meno sul nostro Pianeta, la Terra, priva ormai della possibilità di stare dietro a questa società iper-consumista che in passato ha costruito e prodotto senza minimamente preoccuparsi delle conseguenze ambientali.

E non si può non pensare all’ambiente quando si costruisce, e proprio per questo si parla di più di bioarchitettura. Anzi nell’architettura ormai è un must il concetto di sostenibilità, e sembra che sia messa in atto da ogni costruttore e ogni compratore. Ma si è detto bene, sembra. La realtà dice il contrario: se è vero che di progressi ce ne sono stati anche e maggiormente nella consapevolezza del problema, è anche vero che di edifici veramente green ne vengono costruiti troppo poco. Per esempio negli Stati Uniti d’America nel 2015 solamente l’un percento delle nuove costruzioni hanno avuto il prezioso certificato LEED, che è lo standard più famoso per la certificazione della sostenibilità.

C’è un vero e proprio paradosso: tutti sanno quanto è vantaggioso costruire secondo metodi sostenibili, ma la direzione è ancora quella “solita”. E i motivi vanno ricercati proprio negli stereotipi indicati nel trafiletto di costruzione: alcuni sostengono l’alto costo di tali edifici, altri addirittura che siano brutti. Ma sono false credenze già ampiamente smentite, in solamente sei punti chiave.

  • Essere sostenibili è essere ambientalisti

Uno dei motivi che frena la diffusione è la credenza che sostenibilità corrisponda all’ambientalismo, ed è noto che gli ambientalisti non godano di troppe simpatie tra la popolazione (se pensiamo che addirittura i bioarchitetti americani utilizzano il termine tree huggers, un modo dispregiativo e ironico per definire gli ambientalisti fanatici). Detto questo, parliamoci chiaro: sostenibilità va ben oltre la superficie dell’ambientalismo, e vuole integrare gli elementi società, economia e ambiente. Qualcosa di molto più complesso.

  • Non solo esperimenti

Ciò che si collega alla bioarchitettura è l’innovazione tecnologica, ma spesso in modo dispregiativo. Come si può collegare una cosa tendenzialmente positiva in modo negativo, farne una critica? Semplicemente perché molti credono che ecologico e sostenibile sia mettere pannelli solari e turbine eoliche qua e là, ma non è così. La bioarchitettura deve far fronte a più profondi problemi, in quanto i problemi climatici sono dati da costruzioni e sistemi vecchi, obsoleti per cui va bene l’innovazione tecnologica, ma se è saggia prevede anche il restauro green di strutture altrimenti molto dannose.

  • Costi proibitivi…

Eccoci giunti a ciò per cui la bioarchitettura è maggiormente criticata: il costo. Nel 2008 – ben dieci anni fa – fu effettuato un sondaggio a 700 professionisti, l’ottanta percento dei quali ha messo tra i maggiori impedimenti alla progettazione ecologica e sostenibile “gli alti costi iniziali di investimento”. In realtà, questi costi in più coincidono al massimo al 2% rispetto ai sistemi tradizionali e, grazie agli incentivi e ai vantaggi a un termine decisamente lungo, è un surplus che non si percepisce, anzi che ritorna in tasca per un risparmio dieci volte più grande rispetto ai modi classici. E in dieci anni la situazione è decisamente cambiata, tanto che sembrano non esserci più differenze sugli investimenti iniziali, con il mantenimento dei vantaggi. Un esempio? Il San Francisco Federal Building ha permesso un risparmio di 11 miliardi di dollari sui consumi per merito del raffrescamento meccanico (con un costo del 13,5% in meno).

  • …E tempi infiniti

Questo è un altro punto critico degli architetti, i quali credono che i tempi si allungano a causa delle ricerche di materiali nuovi, di analisi dei funzionamenti del sistema, di alternative nel funzionamento eccetera. In realtà, anche questo è un falso mito in quanto la progettazione green – se i processi di “progettazione integrata” fossero praticati – avrebbe tempistiche molto meno lunghe. Perché la sostenibilità deve partire fin dalla progettazione, e sostenibilità significa anche ottimizzare e razionare risorse e materiali, e il tempo va in questo incluso.

  • Architettura e sostenibilità non possono essere amici

Alcuni tra gli architetti più famosi del mondo rifiutano categoricamente il concetto di sostenibilità, in quanto secondo Peter Eisenman – vincitore nel 2016 del National Design Award – essa non ha nulla a che vedere con l’architettura. È credenza tra di loro che il funzionamento di una costruzione dipenda dalle features e dalle tecnologie installate al suo interno, ma la realtà rivela che sia la struttura sia le scelte stilistiche esercitano grande influenza sui risultati finali del complesso edilizio, sia per quanto riguarda i consumi, sia le prestazioni, sia le comodità. Anzi proprio le fasi iniziali della progettazione impattano fino al novanta percento sull’impatto ambientale dell’edificio, dati che una volta letti hanno fatto cambiare idea alle archistar.

  • Poca appetibilità estetica

Sempre l’amico Peter Eisenman ha dichiarato che secondo lui i più brutti edifici mai costruiti sono stati progettati da bioarchitetti. Tesi sostenuta dal collega Rafael Viñoly, il quale ha aggiunto che l’ecologia e la sostenibilità non c’entrano nulla con lo stile, né dovrebbero averci qualcosa a che fare. Queste parole inizialmente potrebbero dipingere i due architetti come retrogradi ed egoisti, poco attenti all’ambiente ma in realtà sia loro sia più in generale il settore degli architetti – specialmente quelli con anche una forte vena di designer – vede la bioarchitettura come qualcosa di certamente funzionale, ma che non può essere bello. Eppure, anche in grammatica etica ed estetica fanno rima, e vanno molto d’accordo. Questo punto in realtà si ricollega con quello legato all’innovazione tecnologica, e cioè la visione comune dell’ecologia come prettamente legata alle tecnologie e ai sistemi, non alla progettazione in sé: meccanico e non empatico.

Ma sappiamo che non è così, perché la sostenibilità è un concetto molto grande, che pensa anche all’estetica in quanto consapevole che con costruzioni brutte ed asettiche – ma ecologiche – si soddisfa il primo dei tre elementi citati sopra (l’ambiente), mentre non si raggiungono l’obiettivo sociale né, di conseguenza, quello economico. Infatti un progetto ha un pieno significato di sostenibilità solamente quando è anche bena accolto dalla cittadinanza, per cui proprio la bioarchitettura punta alla realizzazione di complessi edili belli ed accattivanti, puntando all’empatia. Insomma, per essere sostenibile ed ecologico, un edificio deve essere obbligatoriamente bello (anche se, si sa, dipende dai gusti e dal territorio, oltre che naturalmente dall’architetto!).