Gaza è stato ed è ancora teatro di scenari non particolarmente felici, di scontri e guerre che hanno portato a morti, feriti e tanta distruzione. Ma un architetto vuol fare ripartire la città dalle sue macerie, riciclandole per ottenere nuovi mattoni sostenibili, rilanciandola in maniera green e con un nuovo volto.

Rinascere dalle ceneri

Recentemente ha fatto parlare di sé una giovane ingegnere civile di Gaza, inventrice di mattoni sostenibili creati riciclando ceneri e macerie, al fine di rendere il suo Paese sempre meno dipendente da risorse importante, e al contempo potendo ricostruirlo e dargli un nuovo volto.

Questo è indicativo di come l’umano abbia in dote l’adattabilità anche alle situazioni più critiche, ambientali o no, come si rivela essere sempre un guerra. Sono situazioni che attivano lo spirito di sopravvivenza, nonché il desiderio di rendere migliori le proprie condizioni.

È così che ha agito, appunto Majid Mashharawi, appunto ingegnere dell’Università Islamica di Gaza che come i suoi coetanei è cresciuta nella miseria di una guerra tra le più significative del nostro secolo.

Nei suoi anni di studio, lei e la sua collega Rawan Abdulatif (che ora si è ritirata dal progetto) hanno focalizzato l’interesse nel trovare soluzioni differenti rispetto al cemento, in modo da non esserne dipendenti e poter quindi ricostruire Gaza con dei mattoni sostenibili.

Quest’idea nasce dalla limitazione che Israele ha imposto a Gaza, controllando tutti gli spostamenti di persone e merci in Palestina. Già nel 2007 Israele bandì da Gaza i materiali da costruzione perché ritenuti impiegabili per motivi bellici.

In seguito, sempre Israele ha imposto ai palestinesi l’ottenimento di non poche approvazioni di agenzie per l’importazione del cemento e altre risorse costruttive, con la conseguenza di aver rallentato il settore edilizio e lasciando disoccupate migliaia di persone perché le imprese edili erano ovviamente in attesa dei materiali.

Ma dopo la guerra del 2014, quella che provocò la distruzione di 18.000 abitazioni e il danneggiamento di altre 200.000, alcune risorse sono state permesse seppur con forti limitazioni. E, tra l’altro, solo una piccolissima parte è stata destinata alla ricostruzione delle abitazioni.

Risultato? Solo un quinto delle case è stato ricostruito. Inoltre, la mancanza di queste importanti forniture a fatto lievitare il prezzo del cemento cosa che ha lasciato migliaia di persone senza un tetto e sfollate.

Majid ha quindi capito che in questa situazione ingiusta e disperata c’era bisogno di un’alternativa, creando materiali da costruzione diversi e più economici che però avessero la stessa qualità di quelli tradizionali.

Obiettivo è quello di trovare le risorse sul luogo, creando lavoro e riducendo gli alti tassi di disoccupazione. Ma nello studio dei sostituti del cemento, Majid e Rawan si erano accorte di non avere l’accesso ad alcune sostanze chimiche necessarie, e quindi sperimentarono altri materiali per i blocchi di costruzione, arrivando ora a qualcosa di eccessivamente caro, ora a qualcosa di poco sostenibile.

Imparando da questi insuccessi, le due hanno iniziato quindi ad esaminare sabbia ed aggregati, due tra i fondamentali componenti per produrre il calcestruzzo, e hanno capito che potevano ridurre il tutto ad un solo problema (anziché tre).

Infatti tutti gli aggregati sono stati sostituiti dalle macerie degli edifici distrutti, una materia prima di cui Gaza attualmente non è proprio carente: un’operazione anche simbolica, che vede i segni più evidenti di una guerra come materia prima per una rinascita e una ricostruzione.

Un processo non privo di difficoltà

Dopo l’iniziale (e forte) entusiasmo dovuto all’idea di fare i mattoni con le macerie, Majid doveva capire come passare alla creazione di prototipi e quindi alla produzione in massa.

Un procedimento che ha visto spuntare fuori diversi ostacoli, specialmente di natura tecnica: lei e il suo team realizzarono più di 100 prototipi, tutti considerati inutilizzabili per la costruzione.

Altra importante sfida è stata convincere la popolazione dell’affidabilità di questi mattoni sostenibili, e del loro possibile utilizzo come materiale per cominciare a ricostruire Gaza. Il tutto andava ad unirsi ai pregiudizi nei confronti delle donne (siamo in un Paese fortemente maschilista e patriarcale), cosa che ha visto molti credere il loro contributo alla ricostruzione “una perdita di tempo”.

Majid racconta di essere stata ostacolata dagli operai di fabbrica e soprattutto dalla famiglia, che la voleva moglie e madre anziché a “sprecare la vita a fare blocchi”. Majid racconta come per la sua società era ed è ancora difficile accettare l’idea che anche le donne sono in grado di fare qualcosa.

Ma fortunatamente nessuna di queste difficoltà ha scoraggiato e fermato le studentesse, le quali nel 2015 ottennero il primo prototipo credibile e funzionante di mattoni sostenibili, che ribattezzarono Green Cake.

Green per la sostenibilità di tale processo e per il recupero dei materiali di scarto. Cake per la struttura porosa dei mattoni, che tra l’altro pesano molto meno dei mattoni considerati tradizionali.

Non solo: i mattoni sostenibili hanno anche ottime proprietà di isolamento termo-acustico. Majid e Rawan devono essere fiere di aver progettato il primo mattone realmente sostenibile, grazie all’incorporamento della ceneri, con un design innovativo che incorpora ceneri a grana più grossa e che sfrutta una lavorazione al vapore e non in forni ad alta temperatura, ottenendo un grande risparmio energetico.

Un altro grande risultato lo si riscontra anche nel prezzo con cui Green Cake è commercializzato: si tratta di mattoni che costano meno della metà di un mattone tradizionale, e che quindi hanno facilmente e velocemente trovato diffusione tra gli abitanti di Gaza.

Prospettive future

Grazie ad una sovvenzione dell’Università Islamica di Gaza, Majid e la sua squadra hanno potuto iniziare a produrre i primissimi mattoni Green Cake e già nell’Agosto del 2016 ottennero la prima commissione per la costruzione di un muro di recinzione.

Tuttavia, il vero slancio è arrivato nel 2017, quando il team ha partecipato alla Japan Gaza Innovation Challenge, una competizione i cui sponsor vogliono aiutare giovani menti talentuose a portare a termine le idee di ricostruzione di Gaza.

Questa esperienza ha permesso a Majid di mettere alla prova alcuni prototipi di Green Cake nei sofisticati laboratori del Giappone, lavorando tra l’altro con architetti e ingegneri locali al fine di rendere ancora migliore il progetto.

Possiamo fieramente dire che contro ogni aspettativa Majid ha trionfato, vincendo il primo posto e usando i soldi vinti per affittare una fabbrica e iniziare la produzione in massa dei mattoni ricavati dalle macerie.

Nel 2017, quindi, il suo mattone ha piazzato i primi ordini. E a due anni di distanza, Majid non solo è in grado di affittare la fabbrica, ma anche di pagare 10 persone responsabili del processo di lavorazione.

Ciò di cui ha bisogno oggi sono nuovi investimento per espandersi ulteriormente, motivo per cui ha lanciato una campagna di crowdfunding sulla nota piattaforma IndieGoGo. Majid ha anche vinto una borsa di studio a Boston dedicata a giovani e innovative start-up, cui parteciperò non solo per apprendere nuove conoscenze per migliorare il mattone sostenibile, ma anche per trovare aziende che si interessino alla sua causa e investano in altri giovani menti di Gaza.